...Si racconta

C’era una volta un castello. Il castello di Pietrarossa. E c’erano guerrieri e soldati, coperti di seta e coi turbanti in testa, che nelle sale del castello si riposavano dopo ogni battaglia. Erano banchetti fastosi, accompagnati da balli e canti di bellissime donne. Il castello era al centro di una grandissima isola, in una terra ricca di boschi, di alberi da frutto, di pistacchieti e mandorleti. Era un luogo da sogno, chiamato Sicilia.
I guerrieri venivano da lontano, da un mondo di deserti di sabbia e pietre. Ecco perché, quando erano costretti ad andare via, portavano sempre con sé il ricordo dell’isola magica. Un soldato poeta infatti così scriveva, sulla nave che lo portava lontano:

"ricordo la Sicilia,
e il dolore ne suscita nell’animo il ricordo.
Un luogo di giovanili follie ora deserto,
animato un dì dal fiore di nobili ingegni.
Se son stato cacciato da un paradiso,
come io posso darne notizie?"

I guerrieri arabi chiesero un giorno alle concubine dell’emiro di preparare qualcosa di speciale, un dolce gradito agli uomini e alle donne, un piccolo pezzo di paradiso da poter custodire nel bagaglio, una porzione di sogno da portare con sé per rivivere, in qualunque luogo e in qualunque tempo, la magia dell’incanto delle notti a Pietrarossa.
Le concubine ci pensarono a lungo: era una sfida difficile, quasi impossibile. Presero i frutti di quella terra straordinaria: mandorle e pistacchi. Presero il miele più dolce e più puro. E sul fuoco lento, in un paiolo di rame, cominciarono a mescolare tutto. Quella sera, al termine del banchetto, portarono in tavola un dolce che nessuno aveva mai visto prima: croccante e friabile, gustoso e duraturo, morbido e compatto, leggero e ricco. Era nata la Cubaita.
I guerrieri se ne riempirono le bisacce e, andando via dal castello di Pietrarossa, lo fecero conoscere al mondo.

La storia della Cubaita

La cubaita prende il suo nome dall'arabo Qubbiat.

E' presente in Sicilia dove c'è stata una forte influenza araba, e in particolar modo a Caltanissetta, dove la presenza araba è stata più lunga e duratura, al punto da rimanere incisa nei nomi delle cose e nella memoria collettiva.
Aperta nell'anno 827, la dominazione araba in Sicilia parte dalla costa occidentale e presto dilaga in tutta l'isola. Gli eserciti arabi si attestano al centro della Sicilia, nella zona di Caltanissetta, ritenuta di strategica importanza per il controllo del territorio. Due anni dopo viene costruito il castello di Pietrarossa, così chiamato per il colore rossastro dei mattoni che rivestivano le sue torri. Il castello si alzava su una roccia a picco sul burrone che domina la vallata fin al fiume Salso. Da lì si poteva avere il controllo assoluto del territorio ed evitare attacchi dai nemici che potevano raggiungere la città solo risalendo il fiume. 
In questi anni il nome della città, che prima della dominazione araba prendeva il nome di Nissa, comincia a cambiare in Qalat-An-Nissa, cioè il castello delle donne memore delle leggendarie feste che avevano animato le notti del castello di Pietrarossa.
Da questo nome nasce l'attuale stemma della città, raffigurante un castello dal quale sporgono il braccio e il volto di una donna.
Narra la leggenda che al tempo della conquista i generali degli eserciti arabi fossero soliti banchettare e circondarsi di belle donne, proprio qui. Qalat-An-Nissa per la sua posizione geografica, era il posto ideale, una vera e propria roccaforte, per imbandire feste e concedersi lunghe pause di riposo dopo i lunghi viaggi e le dure battagli. Strappato con le armi dal conte Ruggero, il castello finisce nelle mani dei normanni. E nella cappella del castello sarà sepolta Adelasia, nipote del Re Ruggero. Nei secoli successi, il castello di Pietrarossa continuerà ad essere snodo centrale degli avvenimenti storici della Sicilia fin quando crolla su se stesso nella notte del 27 febbraio 1567, forse per una scossa di terremoto. Ne rimangono ormai solo i ruderi.
Resta la memoria della storia passata per le sue stanze. E resta la leggenda della Cubaita, una leggenda che possiamo ancor assaporare con lo stesso gusto di tanto e tanto tempo fa.